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Non mi sono dato alla politica perché non sopportavo l'idea di avere sempre ragione!
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Ho riletto "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemigway. E' stato terribile e spietato, nella sua semplice bellezza, come tutte le altre volte.. Certe opere dell'intelletto umano vanno ben oltre le potenziali capacità di chi le produce, come ben sanno gli stessi autori, che difficilmente nella loro vita riescono a ripetere il 'miracolo'. "Il vecchio e il mare", ma anche "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez, sono 'prodotti' unici perché l'autore è riuscito a riprodurre in loro, senza avere piena coscienza di come abbia fatto, quelle emozioni, quei sentimenti, quegli stati d'animo umani dei quali si ha solo una coscienza diretta, cioè – al massimo – si riescono a vivere. Quindi riuscire a trasferirli ad altri attraverso lo strumento della ‘parola scritta’ è veramente un’impresa disperata, come ebbe a dire più volte lo stesso Hemigway ai vari aspiranti scrittori. Ad esempio, “Il nome della Rosa” di Umberto Eco è sicuramente un bellissimo romanzo, originale e coinvolgente, ma non ha la ‘magia’ delle opere uniche; i sentimenti, le emozioni in questo romanzo vengono perfettamente descritte e maestralmente ‘proiettate’ nel contesto più appropriato, ma non vanno oltre, cioè non fanno scattare in chi legge quel meccanismo che si attiva quando queste emozioni vengono realmente vissute.                            


Strani personaggi..
 

 
I miti a motore!



Parlamento pulito?


IPSE Dixit                                      "I più pensano che in politica bisogna far tacere la coscienza e che quindi vi sia una morale per l'uomo politico ed una per l'uomo privato. Per me la morale è una sola, e chi è canaglia nella vita politica, resta canaglia anche nella vita privata."  Sandro Pertini




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Il buon pensiero: "Ognuno vale quanto le cose a cui dà importanza."
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29 settembre 2011

La Sicilia sotto la neve.

Poveri soldi nostri..



Palermo paga i dipendenti
per spalare neve a luglio

Il caso di un dipendente della provincia siciliana che, solo ad agosto, ha richiesto il pagamento di 200 ore di straordinario per lo spalamento di una neve che non c'è. Altre 215 ore gli erano state pagate nei mesi precedenti. Fino a quando qualcuno in Provincia ha bloccato i pagamenti di SEBASTIANO MESSINA

PALERMO - C'è un motivo, se la Sicilia spende otto volte di più della Lombardia per gli stipendi dei suoi 17 mila dipendenti, c'è un motivo se la Regione Siciliana ha il record italiano di dirigenti, funzionari, assistenti, consiglieri e consulenti: qui c'è tanto, tanto lavoro da fare. Per esempio, a luglio tocca spalare la neve. Sì, proprio a luglio, quando il termometro segna 19 gradi di minima (e 30 di massima), nell'isola del sole c'è la neve.

Ma dove, sulla spiaggia di Mondello? Sulla scogliera di Cefalù? Davanti al Duomo di Monreale? Questo, al momento, è un segreto. Però da qualche parte la neve deve esserci, a luglio, in provincia di Palermo, se il signor Salvatore Di Grazia, assegnato al servizio di Protezione Civile, ha chiesto e ottenuto dalla Provincia il pagamento di 42 ore e mezza di straordinario (più altre tre di straordinario notturno) per "spalamento neve".

Voi penserete: magari gli hanno pagato gli arretrati dell'inverno scorso. Macché. Quelli glieli avevano liquidati subito: 103 ore a gennaio, 92 a febbraio, 70 a marzo. Tutto lavoro straordinario, pagato a parte, che dall'inizio dell'anno a oggi ha rimpolpato la busta paga dell'instancabile Di Grazia di una cifretta pari a sei mesi di stipendio di un precario palermitano: 5165 euro.

Poi, a marzo - purtroppo - persino sulle cime delle Madonie l'ultima neve si è sciolta. E gli spalatori hanno smesso di spalare (e di farsi pagare gli straordinari). Tutti, tranne Di

Grazia. Il quale, come quel giapponese sull'isoletta che non sapeva della fine della guerra, ha continuato a spalare una neve che vedeva solo lui. E alla fine del mese, si capisce, presentava il conto all'ufficio del personale. Diciassette ore di spalamento ad aprile (minima registrata, 10 gradi). Cinquantatre sotto il sole di maggio. Trentotto, sudando, nelle torride giornate di giugno. Lui spalava, spalava, e la neve non finiva mai. Anzi, più il caldo si faceva insopportabile e più il lavoro aumentava. Quarantaquattro ore di spalamento neve a luglio (30 gradi all'ombra). Per toccare, in pieno agosto, l'apice dello sforzo: duecento ore.

Dicono alla Provincia che davanti a questa cifra un dirigente pignolo ha inarcato un sopracciglio. E ha bloccato il pagamento, quando ormai l'instancabile spalatore aveva già totalizzato 415 ore di straordinario. Il poveretto dev'essere rimasto di sasso - lo immaginiamo con la vanga a mezz'aria, davanti ai suoi cumuli di neve settembrina sulle spiagge di Bagheria - perché l'anno scorso nessuno aveva battuto ciglio quando s'era fatto pagare centodiciassette ore di "spalamento neve" straordinario nel solo mese di agosto, più altre ottanta a settembre (quando evidentemente nel Palermitano comincia il disgelo di fine estate).

Ma non finirà qui, si capisce. Lo stakanovista dello spalamento estivo farà ricorso al Tar, si incatenerà davanti alla Regione contro l'ingiustizia subita, cercherà un politico disposto a prendere a cuore la sua causa. E lo troverà di sicuro. Perché in Sicilia, lo sanno tutti, il lavoro è sacro. da: palermo.repubblica.it


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permalink | inviato da Aralda il 29/9/2011 alle 9:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 settembre 2011

Perché Papa Giovanni XXIII ha regnato così poco?!?

 

Vescovo, non ho ben capito il suo pensiero.. Secondo Lei, oggi la politica si fa spesso con le mutande o in mutande? In ogni caso non le sembra che con questa politica l’Italia (non lo Stato Vaticano..) non stia andando da nessuna parte?

E poi, lasciar governare Berlusconi e aspettare i risultati.. Vescovo.. Io è dal 1994 che aspetto i risultati della politica di Berlusconi, senza vedere nulla di serio! Lei può indicarmi(ci) qualcosa di utile per il Paese Italia che i governi Berlusconi hanno fatto in questi quasi 20 (venti..) anni? Mi scriva, la prego, sono anni che aspetto!

Poi, mi permetta un piccolo consiglio e mi perdoni se oso tanto.. Dovrebbe stare più attento ai buoni propositi dettati dalle tentazioni integraliste e/o razziste, perché – la storia ci ha insegnato (spero..) – che se messe in pratica sembra inizino bene ma poi vanno a finire sempre (molto) male..

Si ricorda ancora di quel giovane uomo chiamato Gesù, che non aveva mai paura dello straniero, del diverso, del peccatore?



L'ultima di monsignor Babini
"Vendola pecca più di Berlusconi"

Il vescovo emerito di Grosseto a Pontifex: "Basta con la caccia al premier. E poi l'omosessualità è contronatura, meglio chi va con l'altro sesso"
di MARCO PASQUA

ROMA - L'omosessualità? E' un "peccato assai più grave delle imprese del premier". Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, torna ad attaccare i gay, nel maldestro tentativo di difendere il presidente del consiglio. L'alto prelato, noto per i suoi attacchi di tipo omofobo e antisemita, parla dalle pagine virtuali del sito ultracattolico Pontifex, da tempo impegnato in quella che sembra essere una campagna contro gli omosessuali. Il pretesto per far parlare il vescovo in pensione è la situazione politica italiana, alla luce del richiamo del Papa, da Berlino, al mondo politico al rispetto delle regole etiche. Un richiamo che, però, secondo l'82enne Babini - a capo della diocesi di Grosseto fino al 2001 -, non riguarderebbe il presidente del Consiglio. "Io credo che oggi sia in atto una vera caccia al Berlusconi se penso che buona parte dei giornali é dedicata a lui e che ben quattro procure gli dedicano esagerate attenzioni - sottolinea il presule - Penso che sarebbe utile lasciare governare e aspettare che la recente manovra finanziaria dia i suoi frutti. Molti osservatori sembrano più intenzionati a fare cadere il governo che alla fedele aderenza alla realtà". Quando l'intervistatore cerca di fargli notare che "lo stile di vita del leader lascia a desiderare", Babini si lancia in un maldestro tentativo di difesa del premier: "Certo, non mi sembra un modello, ma oggi la politica spesso si fa con le mutande e non con la testa. Tuttavia, sarebbe bene accertare realmente che Berlusconi abbia fatto cose malvagie e i Baccanali. Non é pensabile condannare una persona solo per sentito dire. Se cade Berlusconi siamo nei guai. Non é il massimo, ma non vedo politici degni dietro di lui". Se proprio bisogna attribuire alle colpe, queste dovrebbero ricadere su certi giornalisti "spesso giovani, che con una penna in mano o un microfono, cercano la popolarità e dimenticano il senso della prudenza". Quanto alle critiche mosse da Vendola nei confronti di Berlusconi, Babini le liquida con l'ennesimo attacco omofobo: "Io non ne posso più della retorica inutile di Vendola. Credo, da cattolico, che la omosessualità praticata sia un peccato gravissimo e contro natura, certamente peggiore di chi va con l'altro sesso. Alla luce dei fatti, senza stilare classifiche, Vendola pecca molto di più di Berlusconi". Continua..




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25 settembre 2011

Quando si dice ‘a gnoranza!

 

«Tunnel tra il Cern e il Gran Sasso»
E la Rete non perdona la Gelmini

Diluvio di battute sulla gaffe del ministro

MILANO - Otto righe di comunicato in tutto, che sul web rimbalzano vorticosamente, con commenti sarcastici annessi. È la dichiarazione ufficiale con cui il ministro dell'Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, giustamente, plaude alla scoperta dei ricercatori del Cern e dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, che sono riusciti a dimostrare come la materia possa andare più veloce della luce. Mariastella Gelmini (che sarà in videochat co i lettori di Corriere.it e Io donna lunedì 26 settembre dalle 13.30 alle 14) si congratula con i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo «evento», dato che «il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo». E fin qui, poco o nulla da dire: è il tono pomposo che si riscontra in tanti comunicati stampa, spesso poco informati. Un tono lontano, comunque, da quello da tenuto studiosi e ricercatori che hanno partecipato all'esperimento. Hanno impiegato tre anni per rendere pubblici i risultati, e non mancano di ricordare che serviranno ulteriori verifiche. Continua..


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22 settembre 2011

Una telefonata allunga la vita (quella dei gionalisti..)



Il “Segreto Istruttorio” non esiste più, caro Franco Bechis, è stato abolito nel 1989 con il Codice di procedura penale "Vassalli" e sostituito con il “Segreto Investigativo” (cfr. con art. 329 del Codice di Procedura Penale).

La differenza è che mentre il segreto istruttorio garantiva la non diffusione delle informazioni per tutta la durata dell'istruttoria, ovvero sino al termine delle indagini, il segreto investigativo, invece, dura fintanto che il pubblico ministero ritenga ci sia interesse dell'indagine a nascondere all'indagato che si sta indagando su di lui. Quando il segreto investigativo decade, il pubblico ministero notifica l'accusa con un avviso di garanzia, con un invito ad interrogatorio, con un ordine di custodia cautelare, con un mandato di perquisizione o con un'ordinanza di sequestro. Dal momento in cui l'indagato viene a conoscenza dell'indagine sul proprio conto, l’atto non è più segreto e può essere divulgato ai cittadini.

Non comporta, quindi, alcuna violazione la pubblicazione del contenuto degli avvisi di garanzia, di verbali di interrogatorio e di ordinanze di perquisizione, anche quando accompagnate dalle trascrizioni delle intercettazioni e da altre fonti di prova.

La cosa che mi sconvolge, caro Bechis, è che il Grande Editore attualmente impegnato come Presidente del Consiglio, con la sua numerosa corte di avvocati-parlamentari e Ministri, continui a strillare ai quattro venti della grave ingiustizia subita da chi, implicato in questioni giudiziarie, deve veder scritto sui giornali delle proprie vicende personali (intercettazioni, documenti, foto, etc.) prima che si arrivi allo svolgimento di un (eventuale) processo, che come è noto, essendo pubblico (l’Italia non è la Romania di Ceausescu..) renda tutto o parte del materiale raccolto durante le indagini pubblico, invece di prendere carta e penna e disporre la modifica dell’articolo 329 del Codice di Procedura Penale, rendendo vietato dalla legge la pubblicazione degli atti dell'indagine fino all'inizio del processo.

Non sarà mica che dietro la mancata modifica di questo articolo c'è la preoccupazione del suddetto Grande Editore per la vita dei suoi giornali + TV + radio, che magari con la pubblicazione di queste intercettazioni ci pagano gli stipendi ai dipendenti?


Franco Bechis
per "Libero"

Un testimone viene chiamato a deporre in gran segreto dai magistrati un sabato pomeriggio. Parla quattro ore, e i pm scelgono di sintetizzare la deposizione in appena sei paginette. Il verbale viene secretato. Tre giorni dopo è su tutti i giornali. In Italia succede una settimana sì e l'altra pure. I magistrati che interrogavano per altro erano i pm di Napoli, Vincenzo Piscitelli e John Woodcock. Il trattamento è assicurato: gran riserbo come è accaduto con P3, P4 , caso Lavitola-Tarantini. Solo che questa volta a vedere in mano agli strilloni dopo poche ore il suo verbale segreto non è un testimone qualsiasi.

È toccato a un magistrato puntuto come il pm di Bari, Eugenia Pontassuglia, non a un Silvio Berlusconi qualsiasi. E lei alla pena del contrappasso ha deciso di non soggiacere affatto. Anzi, ha fatto fuoco e fiamme contro la violazione del segreto istruttorio. Prima di tutto perché con quel verbale intercettato a spezzoni, manco fosse una telefonata di un Lavitola, le hanno fatto lanciare accuse al suo procuratore capo, Antonio Laudati, che non si era mai sognata di fare.

«Mai in nessun passaggio», ha chiarito ieri il magistrato pugliese, «ho messo in discussione l'operato del procuratore Laudati e quello del collega Ciro Angelills, così come, invece, appare a chi, non leggendo l'intero verbale, si affida a ciò che viene pubblicato».

Che poi è la sorta di pressoché tutti i testimoni e gli imputati italiani. È la giustizia bellezza, e deve essere amaro per un magistrato provarla un giorno sulla sua pelle. La Pontassuglia, non si può darle torto, ha espresso «profondo rammarico per vedere pubblicate parti dell'interrogatorio che ho reso sabato scorso, 17 settembre, come persona informata dei fatti ai colleghi di Lecce e Napoli, e che avrebbero dovuto rimanere segreti». Avrebbero, appunto.

Ma interrogatori e verbali volano come Jumbo in quel fantastico sistema di posta pneumatica fra procure e giornali che fa morire di invidia l'amministratore di Poste italiane, Massimo Sarmi. Altra stoccata della magistrata intercettata: «senza volere entrare nel merito dell'inchiesta, è bene ribadire che la deposizione è durata circa quattro ore ed è stata sintetizzata in sole sei pagine di verbale. La stessa non è stata registrata e il verbalizzante non ha ritenuto di riportarla con la formula "domanda e risposta"».

Verrebbe voglia di citare vecchi proverbi: chi di verbale ferisce... Ma non sarebbe giusto nei confronti della Pontassuglia.

La pena del contrappasso sarebbe il minimo per magistrati alla Woodcock: costretti ai riflettori tutti i suoi imputati, capitasse lo stesso a parti invertite, non avrebbe diritto di replica. La pm di Bari invece è stata esemplare proprio nella sua inchiesta più delicata. Nel caso Tarantini-escort certo la procura non ha tirato al risparmio quando si è trattato di intercettare colloqui e utenze telefoniche. Sembrano che le intercettazioni fossero più di 100 mila. Tutte però fra il 2008 e il 2009.

E non ne è uscita una per più di due anni. Pratica- mente mai accaduto. Non solo: la Pontassuglia si è ascoltata in gran segreto le intercettazioni e ha deciso di non farne trascrivere più della metà, altra scelta che non viene fatta quasi mai. Magari c'erano spezzoni di gran gossip che avrebbero fatto titolo di prima pagina, ma non essendo utili ai profili penali dell'inchiesta non sono stati nemmeno sbobinati per non fare cadere in tentazione nessuno.

Più che comprensibile la rabbia dopo tanta cura professionale, nel leggersi il suo verbalino distorto secondo gli interessi di chi l'ha passato ai giornali. Dispiace per lei, ma forse questa volta con un magistrato vittima c'è anche il rischio che sia fatta giustizia. Magari se ne occuperà il Csm e non seppellirà la pratica sotto le polverose e dimenticate pile che riguardano altre comunissime vittime della violazione del segreto istruttorio.

19 settembre 2011

Le buttane



« Se tu sei racchia e fai schifo te ne devi stare a casa. Se vuoi 20mila euro al mese ti devi vendere anche tua madre." E su Gianpaolo Tarantini dice: "Lui un grande imprenditore, adesso tutti parlano contro di lui ma è tutta invidia. Se sei onesto non fai un gran business, se vuoi andare in alto devi passare sopra i cadaveri ed è giusto che sia così ». Terry De Nicolò (video da Ilfattoquotidiano.it)


IL TRATTATELLO IMMORALE DI TERRY
Concita De Gregorio per La Repubblica

No, non è gossip. È un trattato di antropologia culturale quello che Terry De Nicolò, probabilmente Teresa, consegna al suo intervistatore in un video che da giorni migliaia e migliaia di persone stanno scaricando in rete. Un trattatello immorale in dieci semplicissimi punti, l´abbecedario della mutazione genetica di cui Pier Paolo Pasolini fu profeta e Silvio Berlusconi responsabile, per un trentennio suadente magnaccia.

Colpevole del delitto politico di istigazione alla prostituzione di una generazione intera, corruttore morale e culturale di un Paese.

Sconcertante, ipnotica nel suo non essere mai sfiorata dal dubbio, semplicemente sicura di essere nel giusto la ragazza barese che ha trascorso le sue notti a pagamento in letti di destra e di sinistra fino ad arrivare al Letto Supremo espone in dieci minuti la quintessenza del berlusconismo.

Parla all´Italia e molta parte dell´Italia - bisogna dirlo molto chiaro, questo - la trova ragionevole. Una ragazza che sa quello che vuole, che sa stare al mondo. Del resto, molta parte dell´Italia politica, da diverse latitudini, le ha dato ragione.

Dunque no, non faremo troppi pettegolezzi anzi non ne faremo alcuno. Semplicemente proviamo a decifrare le parole di una ragazza di vent´anni che ci spiega come si vive nel Paese in cui abitiamo, l´Italia com´è diventata. Dice Terry De Nicolò che «Tarantini è un imprenditore di grande successo, un mito». L´uomo che ha messo a verbale che «le donne e la cocaina favoriscono gli affari», che ha barattato prostitute in cambio di appalti, che con la moglie ha messo in piedi una ragnatela di ricatti per i quali è oggi agli arresti, è «uno che è riuscito ad arrivare all´apice, e non è da tutti».

È stato bravissimo e lo è, perché lui «ha vissuto giorni da leone mentre gli altri vivono 100 anni da pecora». Mussolinianamente, un mito. Se ora si trova nei pasticci è per via «dell´invidia, sono tutti invidiosi, è tutto mosso solo dall´invidia». Quindi, il sottotesto è: quello che conta è arrivare all´apice. Non importa come, anzi bisogna sapere come - con le donne, la cocaina, il ricatto - e semplicemente farlo.

Non esiste un problema di rispetto delle leggi, esiste la legge di natura, che è la seguente: «Quando sei onesto non fai grande business, rimani nel piccolo. Se vuoi arrivare in alto devi rischiare in proprio, devi rischiare il culo. Per avere successo devi passare sui cadaveri degli altri ed è giusto che sia così». È giusto che sia così. Chi lo nega non è mosso da una diversa visione delle relazioni fra gli uomini ma da un risentimento personale: è invidioso, perché tutti potendo farebbero come Berlusconi, se non lo fanno è perché non possono.

Difatti la sinistra «ha rotto le palle» con questa «idea moralista che tutti devono guadagnare duemila euro, tutti devono avere i diritti». Eccheppalle, i diritti. «Se vuoi guadagnare ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo. Ti devi vendere tua madre. È così».

Dunque apparentemente l´alternativa è guadagnare due o ventimila euro al mese, ventimila essendo la cifra appropriata al bisogno di ciascuno. Qui va detto che l´esegeta del berlusconismo dimostra pochissima conoscenza di un Paese in cui anche i duemila sono per una moltitudine una chimera. Ma è un difetto di dettaglio.

Dunque, abbiamo detto: rischiare il culo e vendere tua madre. Si fa così. A sinistra, garantisce la ragazza che ne ha contezza, è lo stesso: «Solo che sono più loffi e non pagano». Fra l´originale e la copia è sempre meglio l´originale. Difatti per andare dall´Imperatore devi mettere una collana di smeraldi, «per andare con Frisullo ti puoi anche mettere la collanina dei cinesi».

E veniamo dunque al cuore della questione: la prostituzione. Le donne usate come tangenti, retribuite per fare sesso: pagate in denaro, in seggi, in consulenze a Finmeccanica, in posti al parlamento o all´europarlamento e anche di più. E allora? Il problema qual è? Dice De Nicolò: «La bellezza, come dice Sgarbi, è un valore. È come la bravura di un medico. Se sei bella e ti vuoi vendere devi poterlo fare. Se sei racchia e fai schifo devi stare a casa. È così da che mondo è mondo. Tutte queste storie sul ruolo delle donne, che palle, quelle che non lo vogliono fare stiano a casa e non rompano i coglioni».

Cioè: se una ha belle gambe non ha altri problemi della vita, ogni donna è seduta sulla sua fortuna come scrivono persino certi editorialisti, le belle vendono la patonza come i dottori la loro sapienza e finita lì. Le racchie a casa, a meno che non vogliano investire sul futuro: che significa farsi la quinta di reggiseno dal chirurgo e tirarsi un po´ su le natiche.

Una piccola spesa che vale la partita, l´Esteta apprezzerà e ti retribuirà per questo. L´Esteta, dice proprio così Terry De Nicolò, è l´Imperatore: «Davanti all´Imperatore non ti puoi presentare con una pezza da cento euro, devi avere minimo un abito di Prada. Perché lui è un esteta, apprezza la bellezza».

A chi dovesse obiettare che si tratta "solo" delle opinioni di una prostituta faremo osservare alcuni dati di cronaca recente. Nei licei le ragazzine di sedici anni - non tutte, parecchie - hanno il book fotografico. Delle ragazze che visitano palazzo Grazioli una viene accompagnata in auto dal padre. Il genitore di una di quelle non ammesse minaccia di darsi fuoco.

La madre della giovane che dal bagno del presidente del Consiglio la chiama per dire "mamma indovina dove sono" le risponde brava anziché chiamare la polizia. Il fratello della presunta fidanzata del premier, un giovane dell´hinterland torinese, famiglia operaia, alla domanda: è proprio sua sorella la fortunata? risponde «magari».

La professoressa della scuola di Noemi Letizia, all´epoca minorenne, intervistata in tv dice «chi non vorrebbe essere amica di un uomo così potente?». Certo, naturalmente: non tutta l´Italia è così. Non tutte le ragazze sono in fila per accedere al lettone di Putin, la manifestazione delle donne di febbraio lo ha mostrato.

Tuttavia ce n´è abbastanza per dire che un modello di vita si è imposto, in questi anni. È il modello della prostituzione. È da sfigati dire che compito di un uomo di governo non è "foraggiare" le prostitute con buste da diecimila euro ma offrire loro possibilità alternative di vita e di lavoro.

Se poi si azzardano a dare voti ai loro amanti, come Manuela Arcuri fa alle Iene, vengono depennate come volgari. Volgare cosa? Istigare alla prostituzione o piegarsi alla legge di mercato? In definitiva, volgare è dare voti sfogliando il catalogo degli uomini di cui si è fatta esperienza.

«Questo ha fatto cilecca», ha detto ridendo Manuela Arcuri, ed è stata per questa colpa esclusa dalla lista. Più del giudizio dei tribunali l´Esteta teme, si vede, quello delle sue concubine. Nel tempo di cui l´Imperatore detta le regole l´impotenza è il solo fallimento intollerabile. A Terry De Nicolò, tribunale supremo, l´ultima parola.


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permalink | inviato da Aralda il 19/9/2011 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

16 settembre 2011

Jean Claude Romand



« Accade il 9 gennaio del 1993. A Prévessins-Moën, una cittadina francese, al confine con la Svizzera. Nella casa del dottor Jean Claude Romand, medico rinomato, divampano le fiamme. Inutili i tentativi dei soccorritori di portare in salvo i due bambini, Antoine, di cinque anni, Caroline, di sette, e la moglie Florence. Le ustioni riportate sono troppo gravi. La morte li coglie poco dopo. Con loro anche Jean Claude che scampa, per miracolo, alla sciagura. Non è tutto. La stessa notte vengono ritrovati morti anche i genitori di Romand, a una manciata di chilometri, insieme al cane di famiglia. Pura coincidenza o complotto ordito ai danni del povero dottore?
La verità non tarda ad arrivare. Di lì a qualche ora si fa strada l’ipotesi dell’omicidio, e per Jean Claude inizia il calvario degli interrogatori. Sospettato dagli inquirenti di essere l’unico responsabile della strage, alla fine crolla. E confessa di avere ucciso moglie, figli, genitori e cane in un impeto incontrollabile di follia. E di aver poi dato fuoco all’abitazione nel tentativo, inutile, di suicidarsi. La tesi del raptus non convince. Allora si comincia a indagare nella vita privata di Romand, alla ricerca di un movente plausibile. Ma nulla lascia supporre un così tragico epilogo. Jean Claude ha una bella casa, una moglie devota, un incarico prestigioso all’Oms, una laurea in medicina conquistata a pieni voti e un futuro radioso davanti a sé.
Cosa potrebbe avere indotto un uomo a rinunciare a tutto questo? Salta fuori, dunque, un testimone, un tale Luc Ladmiral, amico di vecchia data dei Romand, che si mette a disposizione degli inquirenti. E il movente diviene ogni giorno più chiaro.
Anche se ha dell’incredibile. Nessuna, infatti, di quelle cose che si raccontano su Romand è vera.

L’intera esistenza del dottore poggia su una fatale menzogna. Iniziata diciotto anni prima, in occasione di un esame universitario mancato, a causa di una banale frattura al polso. Di lì la decisione di raccontare una bugia ai genitori, rassicurarli sul fatto che fosse andato tutto bene, come al solito, e poi perseverare in quel tragico inganno. Un inganno che funziona e che s’ingigantisce, suo malgrado, a macchia d’olio. Finta la laurea, finto il lavoro all’Oms, finti i viaggi d’affari. Reali sono solo le lunghe passeggiate nei boschi, in solitudine, vicino casa, facendo credere di essere a chissà quale convegno, o le mattine trascorse in macchina ad ascoltare la radio. E reali sono anche i debiti, il conto in rosso, i soldi spillati a tradimento agli amici, con la promessa di rimborsarli quanto prima. E reale è la sua relazione con una certa Corinne, a cui pure sottrasse del denaro, in un momento di particolare difficoltà economica.

La storia del finto medico finisce su tutti i giornali. E solletica la curiosità di Emanuel Carrére. Lo scrittore è convinto di poter portare un contributo valido alle indagini, nel ricostruire i percorsi sinistri della mente di un pluriomicida. Per lui vale l’ipotesi secondo cui è la letteratura, più che la cronaca, a ricucire la trama di un evento. Perciò si persuade a scrivere una lettera allo stesso Romand, rinchiuso in carcere, in attesa di giudizio. La risposta arriverà, a sorpresa, solo due anni più tardi, prima che abbia luogo il processo.
A spingere lo scrittore a una simile richiesta non è tanto il desiderio di conoscere i fatti: per quello ci sono le aule di tribunale. Ma ad animarlo è piuttosto il progetto, ambizioso, di intravedere ciò che si cela dietro la realtà. Pensieri, paure, sospetti, la sensazione angosciante di essere scoperti, e la costanza nel tener fede a una folle messinscena. Romand e la sua doppia identità. Cose che i giornali, normalmente, ignorano.
Ne nasce una corrispondenza intensa e drammatica, da cui entrambi, l’uomo e lo scrittore, usciranno cambiati.
Il resoconto dei colloqui, degli incontri in carcere, del processo è tutto nel libro di Carrére, L’avversario” (Einaudi, 2002).
Dal romanzo è stato tratto il film di Nicole Garcia, dall’omonimo titolo, con Daniel Auteil (Francia, 2002). E la vicenda è stata fonte d’ispirazione pure di un’altra bella pellicola, “A tempo pieno” (Francia, 2001), di Laurent Cantet.

Condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise dell’Ain, il 2 gennaio del 1996, Jean Claude Romand sta scontando la sua pena nella prigione di Châteauroux, in Francia. Nel silenzio della biblioteca presso cui presta servizio non ha avversario più temibile all’infuori di sé stesso. » da: eclipse-magazine.it


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13 settembre 2011

L’11 settembre 2011 di Massimo Fini



Le guerre scatenate dagli americani
dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno provocato migliaia di morti (le stime ufficiali parlano di 15.000 vittime solo in Afghanistan, ma per Emergency, che opera sul territorio sin dai primi momenti del conflitto, sono almeno tre volte tanto, mentre in Iraq si parla di centinaia di migliaia di morti..), sia tra i soldati delle coalizioni che tra i civili delle popolazioni locali.

Le vittime della guerra in Vietnam furono complessivamente 2.750.000 (i soldati USA 58.227), senza contare le vittime dovute alle conseguenze “politiche” post-conflitto, dopo che il perdente esercito americano ha consegnato il paese nelle mani della coalizione comunista nordvietnamita, che ha instaurato un regime spietato, che si è “dilettato” per anni in repressioni ed epurazioni.

Per non parlare di tutte le “piccole” e (a noi) ignote guerre pilotate dagli USA in Africa per interessi nazionali sulle risorse altrui..

L’unica cosa che mi chiedo è: possibile che i nostri amici americani, quando vanno in giro per il mondo a sparare alla gente siano sempre dalla parte della ragione?



Massimo Fini per "il Fatto Quotidiano"

Sulla retorica del "siamo tutti americani" che avvolse (e ancora avvolge), l'intero Occidente dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 il filosofo francese Jean Baudrillard scrisse, con crudezza, con lucidità e con coraggio (e ce ne voleva moltissimo in quel momento) "che l'abbiamo sognato quell'evento, che tutti senza eccezioni l'abbiamo sognato - perché nessuno può non sognare la distruzione di una potenza, una qualsiasi, che sia diventata tanto egemone - è cosa inaccettabile per la coscienza morale dell'Occidente, eppure è stato fatto, un fatto che si misura appunto attraverso la violenza patetica di tutti i discorsi che vorrebbero cancellarlo" (J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, 2002).

Per tutta la vita ho sognato che bombardassero New York e non posso essere così disonesto con me stesso e con i lettori da negarlo ora che il fatto è avvenuto. Eppure ho provato anch'io un istintivo orrore per quella carneficina, per quello sventolar di fazzoletti bianchi, per quegli uomini e quelle donne che si buttavano dal centesimo piano. E allora?

L'America è una Potenza che da più di mezzo secolo colpisce, con tranquillità e spietata coscienza, nei territori altrui, che negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale ha bombardato a tappeto Lipsia, Dresda, Berlino premeditando di uccidere milioni di civili perché, come dissero esplicitamente i comandi politici e militari statunitensi dell'epoca, bisognava "fiaccare la resistenza del popolo tedesco", che ha sganciato una terrificante, e probabilmente inutile, bomba su Hiroshima e Nagasaki e che nel dopoguerra ha fatto centinaia di migliaia di vittime innocenti in ogni angolo del pianeta (lo scrittore, americano, Gore Vidal ha contato 250 attacchi militari che gli Stati Uniti hanno sferrato senza essere provocati). L'11 settembre invece gli americani, per la prima volta nella loro storia, venivano colpiti sul proprio territorio.

Pensavo che questa tragedia avrebbe insegnato loro qualcosa: l'orrore di vedere le proprie case cadere come castelli di carta, seppellendo uomini, donne, vecchi, bambini, famiglie, affetti. Che gli avrebbe insegnato l'orrore dell'amore ora che lo avevano vissuto sulla propria pelle. Che gli avrebbe insegnato che anche le vite degli altri hanno un valore, poiché tengono tanto alle proprie. Invece hanno continuato imperterriti. Come prima, peggio di prima. Loro hanno sempre la coscienza tranquilla, le tragedie degli altri non li riguardano, al massimo sono "effetti collaterali".

Hanno cominciato con l'Afghanistan. Poteva esserci una ragione perché da quelle parti stava Bin Laden, anche se nessuna inchiesta seria è mai stata fatta per dimostrare che dietro gli attentati alle Twin Towers o quelli del 1998 in Kenya e Tanzania ci fosse effettivamente il Califfo saudita (sarà il motivo per cui il Mullah Omar ne rifiuterà l'estradizione non accettando l'arrogante risposta Usa: "Le prove le abbiamo date ai nostri alleati"). Ma dopo dieci anni di occupazione rimangono sul terreno 60 mila vittime civili la maggior parte delle quali provocate dai bombardamenti a casaccio sui villaggi e persino sui matrimoni.

A stretto giro di posta è venuta l'aggressione all'Iraq: 650 mila vittime civili. Giuliano Ferrara sul Foglio (6/9), proprio mentre dichiarava di detestare l'iperbole, ha definito l'11 settembre "l'attentato più grande e infame della storia". È solo una delle tante tragedie della storia recente, forse quella che ci ha colpito di più, ma non certo la più infame. E io mi rifiuto di piangere ogni anno, ritualmente e a comando, lacrime di coccodrillo per tremila vittime. Rituali che tentano di far entrare nel buio sgabuzzino del dimenticatoio tutte le altre. Che sono milioni.

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